iPSCs: cosa dice oggi la scienza sulle terapie da cellule riprogrammate

Nel 2026 il Giappone ha dato il primo via libera regolatorio al mondo a due terapie derivate da iPSCs, per due malattie completamente diverse. Una rassegna di cosa è oggi dimostrato in neurologia, cardiologia e oftalmologia, e di cosa resta da dimostrare.

Nella primavera del 2026 il Ministero della Salute giapponese ha concesso, a poche settimane di distanza l’una dall’altra, l’approvazione condizionata a due terapie cellulari mai autorizzate prima al mondo: Amchepry, per il Parkinson, e ReHeart, per l’insufficienza cardiaca da cardiomiopatia ischemica. Sono le prime due terapie a base di cellule staminali pluripotenti indotte (iPSCs) ad aver ottenuto un’approvazione regolatoria nella storia della medicina.

Non sono terapie disponibili in Europa. Sono approvazioni condizionate e a tempo determinato (sette anni, con verifica successiva dei dati), riservate a indicazioni specifiche in pazienti selezionati che non rispondono alle terapie convenzionali. Ma il fatto che due approvazioni, per due organi completamente diversi, arrivino a distanza di poche settimane segna comunque una soglia: le iPSCs non sono più solo un principio dimostrato in laboratorio. Per la prima volta, sono un prodotto regolato che trova applicazione nella pratica clinica.

È un punto di partenza utile per fare chiarezza su cosa questa tecnologia stia realmente producendo in tre ambiti clinici molto diversi — tra i quali neurologia, cardiologia, oftalmologia — con una domanda di fondo che li attraversa tutti: quali cellule specializzate possiamo ottenere, attraverso la riprogrammazione, a partire dalle cellule raccolte con un semplice prelievo di sangue?

Dal sangue alla cellula specializzata

Il punto di partenza è quasi sempre lo stesso: una cellula del sangue periferico, spesso un monocita isolato da un prelievo venoso standard (PBMC, peripheral blood mononuclear cells). Attraverso i fattori di riprogrammazione che sono valsi a Shinya Yamanaka il Nobel per la Medicina 2012, questa cellula adulta viene riportata a uno stato pluripotente —  diventa quindi una cellula staminale pluripotente indotta (iPSCs) con capacità di differenziamento paragonabile a quella di una cellula embrionale. Una volta raggiunto lo stato pluripotente, la direzione si inverte: attraverso protocolli di differenziamento specifici, le iPSCs possono essere guidate verso tipi cellulari altamente specializzati, come neuroni dopaminergici, cardiomiociti, cellule
dell’epitelio pigmentato retinico o cellule corneali.

Tre specialità, tre fronti di ricerca

Il panorama della ricerca sulle iPSCs è ampio e coinvolge numerosi ambiti della medicina, dall’oncologia alla pneumologia, dall’endocrinologia alla dermatologia, fino all’epatologia, alla reumatologia e allo studio delle malattie genetiche. Queste cellule vengono oggi studiate sia come modelli di malattia sia come possibile fonte di cellule specializzate per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. All’interno di questo panorama, neurologia, cardiologia e oftalmologia rappresentano tre ambiti particolarmente significativi, nei quali la ricerca ha già raggiunto stadi avanzati di traslazione e sperimentazione clinica.

Neurologia. Amchepry è una terapia cellulare ottenuta differenziando cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) allogeniche in progenitori neurali dopaminergici, che vengono trapiantati bilateralmente nel putamen mediante chirurgia stereotassica. L’obiettivo è sostituire parte delle cellule dopaminergiche perse nella malattia di Parkinson, introducendo nuove cellule capaci di produrre dopamina. Il trial alla base dell’approvazione, pubblicato su Nature, ha riportato un profilo di sicurezza favorevole e segnali di miglioramento motorio a due anni di follow-up, ed è già approvato in Giappone. → Approfondimento dedicato Neurologia

Cardiologia. ReHeart utilizza cardiomiociti ottenuti da cellule iPS di donatori sani e coltivati in sottili fogli cellulari, che vengono applicati chirurgicamente sulla superficie del cuore. L’obiettivo è sostenere la funzione del miocardio gravemente danneggiato da ischemia o infarto, favorendo processi di riparazione tissutale e vascolarizzazione. Negli otto pazienti trattati, a un anno di follow-up, i sintomi sono migliorati in modo sensibile, ed il trattamento ha ricevuto approvazione in Giappone. → Approfondimento dedicato Cardiologia

Oftalmologia. Qui sono già stati pubblicati risultati con due approcci diversi: nel 2014 un team giapponese ha ricostruito la retina di una persona, con sopravvivenza stabile dell’innesto a quattro anni di controlli (NEJM); nel 2024 un altro team ha ricostruito la cornea di quattro pazienti, con miglioramento visivo in tre casi su quattro e nessun rigetto a due anni (Lancet) — Sebbene questi risultati siano promettenti, il numero di pazienti trattati resta ancora molto limitato e saranno necessari studi più ampi e follow-up più lunghi per valutarne sicurezza, efficacia e durata nel tempo.

Nel frattempo è in corso uno studio clinico di Fase 1/2a su DSP-3077, terapia sperimentale per la retinite pigmentosa basata su foglietti retinici 3D derivati da iPSC e contenenti precursori dei fotorecettori. Il trial coinvolgerà 12 pazienti per valutarne soprattutto sicurezza, tollerabilità e attecchimento; il primo paziente è già stato trattato.  → Approfondimento dedicato Oftalmologia

 Cosa è già possibile, e cosa no

Livello di evidenzaNeurologiaCardiologiaOftalmologia
ApprovatoAmchepry (allogenico, Giappone, condizionato)ReHeart (allogenico, Giappone, condizionato)Nessuna approvazione regolatoria
Sperimentazione clinicaOryon (autologo, dati preliminari aziendali); trapianto neurale per lesione midollare (allogenico, Fase 1)Heartseed HS-005 (allogenico, Fase I/II, un solo caso pubblico)L.U.C.Y. (autologo, primi interventi attesi 2027); DSP-3077 (allogenico, Fase 1/2a)
PreclinicoImmunomodulazione da iPSC in modelli murini di AlzheimerIPS HEART, cardiomiopatie da Duchenne—


Perché il tempo del prelievo può avere un razionale biologico

Le cellule crioconservate mantengono, almeno per le caratteristiche oggi misurabili, il profilo biologico che avevano al momento del prelievo: la crioconservazione ne blocca l’invecchiamento biologico interrompendo sostanzialmente tutte le attività metaboliche. È un vantaggio che non si recupera in un secondo momento — una cellula raccolta e crioconservata oggi resta, biologicamente, più giovane di una raccolta tra dieci o vent’anni.

Vale la pena guardare anche alla velocità con cui il campo si è mosso finora, non solo al suo stadio attuale. Sono bastati pochi anni per passare da un singolo caso autologo pubblicato in oftalmologia (2014) a due approvazioni regolatorie, per due organi diversi, nello stesso anno (2026); nello stesso periodo il fronte autologo, dove esiste, è passato da ipotesi a un percorso concreto — una sperimentazione clinica di fase Ib/IIa in neurologia (Oryon) e un programma clinico in fase di avvio in oftalmologia (L.U.C.Y.). Non è una previsione su tempi o esiti: è un’osservazione su quanto, in questo campo, ciò che oggi sembra preliminare abbia già mostrato di potersi muovere più in fretta di quanto sembri da fermo. In altre parole, la storia recente del settore mostra che programmi inizialmente circoscritti a singoli casi sperimentali possono, nell’arco di alcuni anni, evolvere verso studi clinici strutturati e, in alcuni casi, verso l’approvazione regolatoria.

Se la ricerca si muove, a velocità diverse, lungo strategie differenti — e gli ultimi anni mostrano che i tempi di questo settore possono accelerare in modo non lineare — all’interno di questo panorama stanno emergendo anche percorsi autologhi concreti. La domanda su quale valore possa avere, in futuro, la disponibilità di materiale biologico autologo raccolto oggi diventa meno astratta: è la stessa domanda che ci si sarebbe potuti porre, dieci anni fa, sul principio autologo in oftalmologia, quando esisteva un solo caso pubblicato e nessun programma clinico strutturato. Le fonti disponibili oggi non permettono di rispondere con certezza su tempi o esiti. In questo contesto, la scelta di preservare oggi materiale biologico autologo può essere letta come una strategia prospettica: una raccolta effettuata più precocemente consente infatti di conservare cellule biologicamente più giovani e potenzialmente meno esposte all’accumulo, nel corso della vita, di alterazioni somatiche legate all’età, all’ambiente o all’insorgenza di patologie.

EternaCell

EternaCell è una realtà biotech/biobanking svizzera con sede a Lugano, attiva nella conservazione di cellule autologhe (PBMC) tramite un unico prelievo venoso; il processamento e la crioconservazione — da un minimo di 10 a un massimo di 30 anni — avvengono presso Swiss Stem Cells Biotech (SSCB), biobanca ticinese accreditata FACT-NetCord e certificata GMP. Il Direttore Scientifico è il Prof. Angelo Luigi Vescovi, tra gli scopritori delle cellule staminali neurali nel cervello adulto dei mammiferi. Le fonti citate in questo articolo sono pubbliche e verificabili.
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