Cellule staminali e Parkinson: cosa ci dice davvero lo studio ANPD001

Da anni la ricerca cerca un modo per andare oltre il controllo dei sintomi del Parkinson e provare a intervenire su ciò che li causa: la perdita progressiva di alcune cellule del cervello. Tra i percorsi più seguiti c’è quello delle cellule staminali, e in particolare uno studio clinico che sta usando le cellule dei pazienti stessi per ricostruire i neuroni perduti.

Si chiama sasineprocel (nome tecnico: ANPD001) ed è oggi in sperimentazione di fase 1/2a. Accanto ai risultati biologici, però, lo studio ha introdotto una novità meno appariscente e altrettanto decisiva: le cellule non vengono più usate “fresche”, ma congelate e conservate fino al momento dell’intervento. È un dettaglio tecnico che cambia molto, e vale la pena capire perché.

Perché nel Parkinson si perde il controllo del movimento

La malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa progressiva: nel tempo, in una zona profonda del cervello, si riduce il numero dei neuroni dopaminergici, cioè le cellule nervose che producono dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore, una molecola che permette alle cellule del cervello di comunicare tra loro. Nel caso del movimento funziona come un segnale di coordinamento: quando cala, i comandi motori diventano imprecisi e rallentati.

Da qui i sintomi motori tipici:

  • rigidità muscolare;
  • tremori a riposo;
  • rallentamento dei movimenti (bradicinesia);
  • difficoltà di equilibrio e instabilità posturale.

I limiti delle terapie disponibili oggi

Il trattamento standard prevede farmaci che sostituiscono o aumentano la dopamina disponibile nel cervello, primo fra tutti la levodopa. Sono farmaci efficaci nel controllare i sintomi motori, soprattutto nelle fasi iniziali.

C’è però un limite noto: non fermano il processo degenerativo. Con il passare degli anni molti pazienti sviluppano fluttuazioni motorie, cioè fasi in cui il farmaco funziona bene alternate a fasi in cui funziona meno.

È da questa esigenza che nasce l’idea di sostituire le cellule, invece di limitarsi a compensarne chimicamente la mancanza.

Che cosa sono le cellule iPSCs, spiegate semplicemente

Le iPSC (cellule staminali pluripotenti indotte) sono cellule adulte comuni — per esempio cellule della pelle — che in laboratorio vengonso “riportate indietro” a uno stato simile a quello delle cellule embrionali.

Un’immagine utile: è come riportare una cellula già specializzata alla sua condizione di partenza, quando poteva ancora scegliere che mestiere fare. Da lì, con protocolli molto controllati, i ricercatori possono guidarla a diventare un tipo cellulare specifico: nel caso del Parkinson, un neurone che produce dopamina.

La scoperta della riprogrammazione cellulare è valsa il Premio Nobel per la Medicina nel 2012 a Shinya Yamanaka ed è oggi alla base di numerosi studi clinici in diverse aree terapeutiche.

Come funziona la terapia con cellule staminali per il Parkinson

L’approccio di sasineprocel è autologo: utilizza cioè le cellule del paziente stesso. Questo riduce in modo significativo il rischio di rigetto immunologico che si avrebbe con cellule provenienti da un donatore, e — secondo quanto riportato dagli sperimentatori — permette di evitare la terapia immunosoppressiva cronica.

Il percorso si articola in quattro fasi:

  1. Prelievo delle cellule della pelle. Si raccolgono fibroblasti, le cellule più comuni del tessuto cutaneo, dal paziente idoneo.
  2. Riprogrammazione in iPSC. In laboratorio le cellule cutanee vengono riportate allo stato di cellule staminali pluripotenti indotte.
  3. Differenziamento in precursori. Le iPSC vengono guidate a svilupparsi fino allo stadio di precursori neuronali dopaminergici: cellule in una fase intermedia, già indirizzate a diventare neuroni produttori di dopamina.
  4. Impianto guidato dalla risonanza magnetica. I precursori vengono impiantati chirurgicamente, in anestesia generale, nel putamen: la regione cerebrale dove la carenza di dopamina è più marcata. Si utilizza un dispositivo dedicato che rilascia lentamente volumi molto piccoli di sospensione cellulare, sotto guida costante della risonanza magnetica.

Una volta impiantate, le cellule dovrebbero integrarsi nel tessuto cerebrale e maturare in neuroni dopaminergici funzionanti, con l’obiettivo di ripristinare la produzione locale di dopamina. È l’ipotesi scientifica che lo studio sta verificando: non un risultato acquisito.

Lo studio ASPIRO: cosa è stato osservato finora

La sperimentazione, denominata ASPIRO (codice NCT06344026), è uno studio di fase 1/2a in aperto (open-label: medici e pazienti sanno quale trattamento viene somministrato, non c’è un gruppo di confronto). L’obiettivo principale non è dimostrare l’efficacia, ma valutare sicurezza e tollerabilità.

Chi partecipa

Lo studio è rivolto a persone tra i 40 e i 75 anni con Parkinson sporadico in fase moderata-avanzata, con diagnosi da almeno quattro anni e una risposta motoria documentata alla levodopa, ma con sintomi non adeguatamente controllati.

I criteri di esclusione sono volutamente stringenti e comprendono, tra gli altri: compromissione cognitiva o demenza, precedenti interventi o trattamenti intracranici (inclusa la stimolazione cerebrale profonda), epilessia, ictus, sclerosi multipla, patologie cardiovascolari non controllate e controindicazioni alla risonanza magnetica.

I dati disponibili

I risultati vanno letti per quello che sono: dati preliminari su un numero molto ridotto di pazienti, senza gruppo di controllo.

  • Nei primi tre pazienti valutati a sei mesi si è osservata una riduzione dei sintomi motori e un miglioramento nelle attività quotidiane.
  • I dati a dodici mesi sui primi otto pazienti (suddivisi tra dosaggio basso e alto) hanno mostrato un profilo di sicurezza stabile: nessun evento avverso chirurgico grave e nessuna discinesia grave indotta dal trapianto. L’attecchimento delle cellule è stato documentato con imaging PET.
  • Sempre a dodici mesi sono stati registrati miglioramenti nei punteggi motori standard e circa due ore in più al giorno di “tempo ON”, cioè di ore in cui i sintomi risultano ben controllati. Diversi pazienti hanno ottenuto questi risultati riducendo la dose giornaliera di levodopa.
  • A giugno 2026 l’azienda ha comunicato il completamento del trattamento di quattro coorti, per un totale di 15 pazienti trattati nello studio.

Un monitoraggio lungo quindici anni

Il follow-up previsto è insolitamente lungo. Nei primi cinque anni i ricercatori valutano effetti sui sintomi, tollerabilità e sopravvivenza delle cellule impiantate tramite risonanza magnetica e PET. Nei dieci anni successivi la sicurezza viene monitorata annualmente con interviste strutturate.

Non è un eccesso di prudenza: quando si impiantano cellule vive destinate a restare nell’organismo, la valutazione della sicurezza a lungo termine è parte integrante del metodo.

Il ruolo della crioconservazione: la tecnologia “thaw-and-inject”

Qui entra in gioco l’aspetto meno discusso e forse più determinante per il futuro di queste terapie.

Nelle prime fasi della sperimentazione le cellule venivano preparate e utilizzate fresche. Questo obbligava a far coincidere con precisione la fine della coltura in laboratorio con il giorno e l’ora dell’intervento neurochirurgico. Un rinvio dell’operazione — per le condizioni cliniche del paziente o per un imprevisto in sala operatoria — poteva compromettere l’intero lotto cellulare, con la necessità di ripartire da un nuovo prelievo.

Per superare questo vincolo, Aspen Neuroscience ha introdotto nelle due nuove coorti dello studio una formulazione pronta all’uso basata sulla crioconservazione: le cellule vengono congelate a bassissime temperature in una fase precisa del loro sviluppo, conservate, e poi scongelate e iniettate al momento dell’intervento. Da qui il nome thaw-and-inject, “scongela e inietta”.

I vantaggi sono tre, e riguardano tutti la possibilità concreta di portare una terapia dal laboratorio alla pratica clinica.

1. Più flessibilità e sicurezza intorno all’intervento

Il calendario chirurgico non dipende più dai tempi di crescita delle cellule. I lotti vengono prodotti in anticipo, sottoposti ai controlli di qualità e spediti congelati al centro clinico, dove restano conservati. Se l’intervento slitta, la terapia rimane intatta nel congelatore e viene scongelata solo quando équipe e paziente sono effettivamente pronti.

2. Una produzione che può crescere di scala

Una terapia personalizzata, per uscire dalla dimensione sperimentale, deve poter essere prodotta in modo standardizzato e ripetibile. La crioconservazione separa il momento della produzione da quello della somministrazione: i laboratori possono ottimizzare i flussi di lavoro, eseguire controlli di qualità approfonditi prima del rilascio del lotto e pianificare la distribuzione.

Come ha dichiarato il presidente e CEO di Aspen, Damien McDevitt, l’impiego della formulazione commerciale in queste coorti «rappresenta un passaggio decisivo verso una produzione scalabile e verso la prontezza commerciale, mentre ci prepariamo all’avvio della Fase 3».

3. Le cellule congelate mantengono le proprie caratteristiche

È il presupposto scientifico che rende tutto il resto possibile. Gli studi preclinici condotti dall’azienda indicano che la formulazione crioconservata è comparabile a quella fresca utilizzata nelle prime coorti: contenuto terapeutico identico, con differenze nel processo produttivo e nella modalità di somministrazione.

Va sottolineato che si tratta di dati di confronto preclinici; la verifica clinica della formulazione congelata è in corso proprio nelle coorti attualmente in studio.

Senza crioconservazione, l’accesso a terapie cellulari di questo tipo resterebbe di fatto limitato a chi vive vicino ai laboratori di produzione. Con essa, le barriere geografiche e temporali diventano gestibili.

Perché la conservazione cellulare è un tema che riguarda il futuro della medicina rigenerativa

Lo studio ASPIRO mostra qualcosa che vale ben oltre il Parkinson: nelle terapie cellulari avanzate, la qualità della cellula di partenza e la sua corretta conservazione non sono dettagli logistici, ma condizioni scientifiche.

È il principio su cui si fonda il lavoro di EternaCell: conservare in modo controllato cellule autologhe — come le cellule mononucleate del sangue periferico (PBMC), oggi tra le fonti più studiate per la generazione di iPSC — significa mantenere disponibile un materiale biologico integro, in un momento in cui la ricerca sulle terapie personalizzate sta accelerando.

È importante però essere precisi su cosa questo significhi e cosa non significhi. La conservazione cellulare non è una terapia e non garantisce l’accesso a trattamenti futuri: le terapie basate su iPSC sono oggi in fase sperimentale e nessuna è approvata per la malattia di Parkinson. Conservare le proprie cellule significa preservare una possibilità biologica, non acquistare una certezza clinica.

In sintesi

  • Il Parkinson comporta la perdita progressiva dei neuroni che producono dopamina; le terapie attuali controllano i sintomi ma non fermano la degenerazione.
  • Lo studio ANPD001/sasineprocel sta valutando un approccio diverso: riprogrammare le cellule della pelle del paziente in iPSC, guidarle a diventare precursori di neuroni dopaminergici e impiantarle nel cervello.
  • I dati disponibili sono preliminari, su pochi pazienti e senza gruppo di controllo: indicano una buona tollerabilità e segnali clinici incoraggianti, ma serviranno studi di Fase 3 su casistiche più ampie.
  • La crioconservazione “thaw-and-inject” è ciò che rende questa terapia potenzialmente producibile e distribuibile su larga scala.
  • La conservazione corretta delle cellule è, sempre di più, parte integrante della medicina rigenerativa.

Vuoi capire meglio come funziona la conservazione cellulare?

La ricerca sulle terapie personalizzate si muove rapidamente, e con essa cresce l’attenzione verso la qualità e la conservazione del materiale cellulare.

Se desideri approfondire come EternaCell conserva le cellule autologhe, quali sono gli standard applicati e cosa dice oggi la ricerca sulle iPSC, puoi scoprire il progetto EternaCell o richiedere maggiori informazioni: il nostro team è a disposizione per rispondere alle tue domande, senza impegno.

Fonti consultate

  1. ClinicalTrials.gov Record (Study Overview) – Phase 1/2a Dose Escalation Study of ANPD001 in Sporadic Parkinson Disease (Sponsor: Aspen Neuroscience).
  2. Parkinson’s News Today – ‘Thaw-and-inject’ cells given to new groups in Parkinson’s trial, scritto da Andrea Lobo (2 luglio 2026).